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La lotta di classe? C'è stata e l'hanno stravinta i capitalisti

Categoria: Forse pochi sanno che...
Postato: 2008-05-04 02:14

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Riporto qui di seguito una notizia pubblicata oggi sul sito online del quotidiano "la Repubblica" e che conferma la tesi di alcuni importanti economisti, secondo i quali negli ultimi decenni gli aumenti dei profitti delle aziende dei paesi maggiormente industrializzati sono stati realizzati sulla pelle dei lavoratori.

A conferma di questa tesi si cita uno studio della BRI, (Banca dei regolamenti internazionali), che non può essere accusata di eversione o estremismo dato che é una delle principali istituzioni capitalistiche mondiali che raggruppa le Bance centrali dei paesi più ricchi e si occupa di promuovere la cooperazione monetaria e finanziaria.
Secondo lo studio della BRI in Italia, ad esempio, negli ultimi 25 anni la quota dei profitti delle aziende sul PIL è aumentata di 8 punti percentuali. La differenza è stata tolta agli stipendi, che se avessero lo stesso peso di 25 anni fa sarebbero in media di 5.000 euri in più all'anno ciascuno.


Da Repubblica.it, 03/05/08 :


Il declino globale degli stipendi. In busta 5mila euro in meno l'anno


La lotta di classe? C'è stata e l'hanno stravinta i capitalisti. In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili ("insoliti", preferiscono dire gli economisti). Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all'apogeo della Prima Repubblica, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento.

Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del "miracolo economico". L'allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni '90: i profitti mangiano il 29 per cento della torta nel 1994, oltre il 31 per cento nel 1995. E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell'anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale. Otto punti in meno, rispetto al 76 per cento di vent'anni prima.

Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l'8 per cento del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent'anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all'anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po' di qui, un po' di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef.

Non è, però, un caso Italia. Il fenomeno investe l'intero mondo sviluppato. In Francia, rileva sempre lo studio della Bri, la fetta dei profitti sulla ricchezza nazionale è passata dal 24 per cento del 1983 al 33 per cento del 2005. Quote identiche per il Giappone. In Spagna dal 27 al 38 per cento. Anche nei paesi anglosassoni, dove il capitale è sempre stato ben remunerato, la quota dei profitti è a record storici. Dice Olivier Blanchard, economista al Mit, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra.

Forse, bisogna andare anche più indietro, al capitalismo selvaggio del primo '900: come allora, in fondo, succede poi che il capitalismo troppo grasso di un secolo dopo arriva agli eccessi esplosi con la crisi finanziaria di questi mesi. Ma gli effetti sono, forse, destinati ad essere più profondi. C'è infatti questo smottamento nella redistribuzione delle risorse in Occidente dietro i colpi che sta perdendo la globalizzazione e il risorgere di tendenze protezionistiche: da Barack Obama e Hillary Clinton, fino a Nicolas Sarkozy e Giulio Tremonti.

Sostiene, infatti, Stephen Roach, ex capo economista di una grande banca d'investimenti come Morgan Stanley, che la globalizzazione si sta rivelando come un gioco in cui non è vero che vincono tutti. Secondo la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, la globalizzazione doveva avvantaggiare i paesi emergenti e i loro lavoratori, grazie al boom delle loro esportazioni.

E quelli dei paesi industrializzati, grazie all'importazione di prodotti a basso costo e alla produzione di prodotti più sofisticati. "E' una grande teoria - dice Roach - ma non funziona come previsto".
Ai lavoratori cinesi è andata bene, ma quelli americani ed europei non hanno mai guadagnato così poco, rispetto alla ricchezza nazionale. Sono i capitalisti dei paesi sviluppati che fanno profitti record: pesa l'ingresso nell'economia mondiale di un miliardo e mezzo di lavoratori dei paesi emergenti, che ha quadruplicato la forza lavoro a disposizione del capitalismo globale, multinazionali in testa, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi sviluppati.

Quanto basta per dirottare verso le casse delle aziende i benefici dei cospicui aumenti di produttività, realizzati in questi anni, lasciandone ai lavoratori le briciole. Inevitabile, secondo Roach, che tutto questo comporti una spinta protezionistica nell'opinione pubblica, a cui i politici si mostrano sempre più sensibili.

Ma il ribaltone nella distribuzione della ricchezza in Occidente è, allora, un effetto della globalizzazione? Non proprio, e non del tutto. Secondo gli economisti del Fmi, nonostante che il boom del commercio mondiale eserciti una influenza sulla nuova ripartizione del Pil, l'elemento motore è, piuttosto, il progresso tecnologico. Su questa scia, Luci Ellis e Kathryn Smith, le autrici dello studio della Bri, osservano che il balzo verso l'alto dei profitti inizia a metà degli anni '80, prima che le correnti della globalizzazione acquistino forza. Inoltre, l'aumento della forza lavoro disponibile a livello mondiale interessa anzitutto l'industria manifatturiera, ma, osservano, non è qui - e neanche nei servizi alle imprese, l'altro terreno privilegiato dell'offshoring - che si è verificato il maggior scarto dei profitti.

Il meccanismo in funzione, secondo lo studio, è un altro: il progresso tecnologico accelera il ricambio di macchinari, tecniche, organizzazioni, che scavalca sempre più facilmente i lavoratori e le loro competenze, riducendone la forza contrattuale. E' qui, probabilmente, che la legge di Ricardo, a cui faceva riferimento Roach, si è inceppata. Il meccanismo, avvertono Ellis e Smith, è tutt'altro che esaurito e, probabilmente, continuerà ad allargare il divario fra profitti e salari in Occidente.

Dunque, è la dura legge dell'economia a giustificare il sacrificio dei lavoratori, davanti alla necessità di consentire al capitale di inseguire un progresso tecnologico mozzafiato? Neanche per idea. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, "non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra". Anzi "gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti, in parecchi paesi". In altre parole "l'aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche". La lotta di classe, appunto.
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I comunisti non mangiano più i bambini, si mangiano il fegato

Categoria: Elezioni
Postato: 2008-04-19 23:12

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Quartiere Le Vallette


Contributo post elettorale dalla periferia di Torino


I COMUNISTI NON MANGIANO PIU' I BAMBINI, SI MANGIANO IL FEGATO

18/04/08
Articolo tratto da Pensareinprofondo.blogspot.com

Si è scatenato il panico. Tra quelli che prendono per il culo "i comunisti non mangiano più i bambini, si mangiano il fegato"(una delle migliori a mio modesto avviso) e quelli che analizzano mi è venuto un leggero mal di testa e, di fronte a tanti analisti, cazzeggio.

Nel cazzeggiare ho deciso di assumere il ruolo che un dì fu di mia madre. Tutte le volte che parlava mi faceva incazzare come una bestia. La sua logica era di una semplicità devastante e, mentre mi arrampicavo sui libri, lei frequentava i mercati rionali dove incontrava milioni di persone come lei.

E' cambiato qualcosa rispetto alla visione che della vita hanno le persone che tirano la carretta tutti i giorni?
Io direi di no.
Varrebbe quindi la pena spenderla qualche parolina da "sociologo" sulla massa.

La gente sa di dover morire. Lungo o corto che sia il tragitto alla fine crepi. Cosa ci metti dentro la bisaccia e chi incontri fa la differenza tra una vita di merda ed una accettabile.
E non è neanche una questione di soldi. E' semplicemente la voglia di non farsi rompere troppo i coglioni lungo il viaggio. Non elaborare troppo, insomma.

Certo, se ti capita di essere precario e quando torni a casa ti scippano la busta con lo stipendio non sai più a chi cazzo attaccarti. In un colpo solo due ingiustizie: sfruttato e derubato da uno che è messo peggio di te.

Le hai provate tutte. Avevi una cazzo di bancarella al mercato di Porta Palazzo, lasciata da papà che l'aveva presa quando era stato licenziato dalla Fiat, ed i tuoi ex compagni ti trattavano da merda perchè eri un'evasore fiscale.
Ti eri comprato il Ducato per fare le consegne e quando, incazzato, avevi bloccato il traffico insieme ad altri sfigati come te ti eri beccato la paternale "checosìnonsifaperchèciricordailcile". Ma cazzo ! Mi pagano 2 euro a consegna e dici a me che sono come Pinochet. E non è classe operaia, quella non esiste più ti raccontavano in tanti. Adesso c'è una piccola e laboriosa classe imprenditoriale. AH BELLO ! 2 EURI A CONSEGNA, IMPRENDITORE STO' CAZZO e come Pinochet in compenso se mi incazzo.

Te ne sei tornato in fabbrica, quella boita al fondo del viale nell'interno cortile, con la cooperativa ed in un colpo solo non più operaio ma operatore dei servizi per l'industria. Stì cazzi, che salto.

E quando torni a casa? Provate ad immaginare di vivere alle Vallette (già il nome), vi spaccate la schiena tutti i giorni, il vostro capo vi cazzia a dosi industriali, vi pagano poco perchè vi raccontano che è la globalizzazione e che se non ti tornano i conti ce n'è altri cento che dal Marocco si offrono a meno, arrivi a casa e trovi sul prato di fronte l'accampamento degli zingari con le lenzuola stese ed i ragazzini che corrono seminudi nel parco. Fai per attraversare la strada e "zacchete" ti hanno portato via la borsetta con il baracchino ed i rimasugli della pasta e fagioli e la busta unta dell'ultima paga: 900 EURI AL NETTO DI TASSE E CONTRIBUTI.

Accendi la televisione e senti uno che ti racconta che la globalizzazione è una opportunità, giri canale e ti spiegano che con l'indulto si sono liberate le carceri, il TG regionale ti racconta che il sindaco è per la TAV ma non ha i soldi per ripararti il marciapiede e trovare un posto degno per i Rom che ti stanno d'avanti al palazzo.
Bè, anche se hai studiato sul Capitale di Karletto un pò ti girano i coglioni.
Un lombrichetto inizia a girarti mefistofelico nel cervelletto, in fondo Bertinotti è troppo occupato a fare il presidente della camera, Vendola è di Bari e col cazzo che pensa a te, tutto impegnato a spalare le macerie del 900 e Uolter ha appena finito di dire che "semo tutti dentro alla stessa barca e ce tocca de remà nella stessa direzione e de non rompe li coioni co 'e rivendicazioni pecchè te devi impegnà pe 'a produttivita'".

E che pensi di raccogliere in una situazione del genere? Inizi a prendere quello che ti passa davanti con il fazzoletto verde e lo ascolti.
Marocchini? a casa, bene sistemiamo la questione salariale,la produttività e liberiamo un pò di posti di lavoro
Zingari? Via se non peggio. Così troviamo i soldi per il marciapiede.
E ti sembrano cose da poco alle Vallette?
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Sinistra, a che servi?

Categoria: Elezioni
Postato: 2008-04-19 22:55

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Ripropongo qui sotto un articolo di Gabriele Polo, direttore del quotidiano "il Manifesto", pubblicato il 23 febbraio scorso e che riletto oggi acquista valore e offre molti spunti di riflessione sul crollo della sinistra nelle ultime elezioni politiche.


SINISTRA A CHE SERVI ?

di Gabriele Polo
da "il Manifesto"del 23/02/08



«Ben che vada portiamo a casa la pelle». Partiamo da qui, da questa frase detta a mezza voce un po’ dovunque, per affrontare l’incubo presente a molti ma esplicitato da pochi: la scomparsa della sinistra parlamentare italiana, o la sua riduzione a irrisoria consistenza (che poi è come sparire). Finire sotto l’8% aprirebbe la strada per un declino alla «francese» e a quel punto resterebbe solo il terreno extraparlamentare; superare quella soglia rappresenterebbe una «prova in vita», che senza risolvere il problema dell’
assenza di un progetto di trasformazione, terrebbe aperta la possibilità di agire la lotta politica anche a livello istituzionale.
La Sinistra - l’arcobaleno è arrivata a questo bivio nel peggiore dei modi:
con un’unità tutta «di riporto» rispetto alla nascita del Partito democratico, massacrata da un’esperienza di governo foriera di pochissimi successi, nella fretta di costruire una compagine elettorale sotto gli equilibri dei partiti che la compongono (e che rischiano di esaurirla) e solo promettendo per un domani la costruzione di un vero e proprio soggetto politico. Mettendo insieme, con pessima alchimia, il peso di una concezione della politica parziale nel merito e totalizzante nel metodo (centralità quasi esclusiva delle sedi istituzionali, pretendendo di rappresentarvi il «tutto» di una società frammentata) con la leggerezza di messaggi testimoniali. Tradotto in termini elettorali e parlamentari, proporsi come opposizione senza le idee e le forze per praticarla. Così la domanda cui ci viene chiesto di rispondere diventa: «pensate o no che debba esistere una sinistra in Parlamento?». La risposta è fin troppo facile: «certo che sì», ma il punto è che quella è la domanda sbagliata. Perché corrisponde al «congelamento delle idee di fronte alla liquidazione della sinistra» di cui parlava ieri Marco Revelli in un’intervista su queste pagine; perché rivela una logica puramente testimoniale. Se fosse così, tanto valeva tenersi la falce e il martello: almeno sarebbe stata una testimonianza lineare.
La domanda vera - che giriamo ai dirigenti della Sinistra - l’arcobaleno - è un’altra. A chi - come chi scrive - vi voterà per stato di necessità, quale disegno proponete? A che cosa servirà - in Parlamento e fuori da esso, nell’
immediato e in prospettiva - il soggetto «unitario e plurale» che state costruendo in tutta fretta? Non è una domanda retorica e sarebbe bene dare risposte non scontate, né risolvere il problema con l’elenco dei sacri princìpi (che diamo per acquisiti) o con un elenco di micro provvedimenti. E ’ una domanda che si fanno in molti e che pretenderebbe l’apertura di un confronto serrato, da non esaurire il 13 aprile. Avrebbe bisogno della ricostruzione di una comune alternativa da riempire di pratiche. Altrimenti il rischio - più che concreto - è che di fronte a una pura logica di sopravvivenza, le donne e gli uomini in carne e ossa - alle prese con i loro pressanti problemi - preferiscano la scelta «americana» del Partito democratico. Scegliendo un contenitore che non propone nessuna alternativa di sistema, ma che in una logica del tutto contrattualistica della politica promette soluzioni parziali a individui e gruppi, elargendo un po’ di prebende e affermando l’antico e interclassista luogo comune della comunità nazionale ben governata. Alla fine è un imbroglio, ma potrebbe essere visto da molti come l’unica soluzione possibile. E, poi, le illusioni - se ben presentate - possono apparire un sogno. Per evitare tristi risvegli avremmo bisogno di tutt’altri sogni.


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Non ci resta che... Ridere (come al solito)

Categoria: Elezioni
Postato: 2008-04-15 18:32

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Tratto dal blog Brenzario.splinder.com
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Neanche un comunista in parlamento...Evviva il Pensiero Unico

Categoria: Elezioni
Postato: 2008-04-15 01:16


IL MIGLIOR COMMENTO POSSIBILE A QUESTE ELEZIONI
RESTA QUELLO DI ALTAN


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